Selfie e chirurgia maxillo-facciale: come è cambiata l’attenzione dei pazienti

Per decenni il rapporto con il proprio viso è passato da uno specchio, guardato di fronte, ogni mattina. Oggi passa da un telefono. E il telefono ci mostra da angolazioni che lo specchio non ci ha mai fatto vedere.

Nel mio ambulatorio lo noto da qualche anno. I pazienti arrivano con una fotografia sul telefono, quasi sempre scattata di tre quarti o di profilo, e mi indicano il mento che sfugge, la mandibola che non disegna un angolo netto, un lato del viso che sembra diverso dall’altro. Sono persone giovani, spesso molto informate, che si sono accorte di qualcosa guardandosi in una storia di Instagram, in un video o in una videochiamata di lavoro. Davanti allo specchio, di fronte, quella cosa non l’avevano mai vista.

Lo specchio ci ha abituati a un solo punto di vista

Ragazzo davanti allo specchio che si vede di fronte e sul telefono di tre quarti, chirurgia maxillo-facciale Caserta e Napoli
Lo specchio ci mostra di fronte, il telefono di tre quarti. Immagine di repertorio.

Lo specchio ha due caratteristiche. Ci mostra quasi solo la vista frontale e ci restituisce un’immagine rovesciata. Già nel 1977 uno studio di psicologia pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology (Mita, Dermer e Knight) mostrò che le persone preferiscono la propria immagine speculare a quella vera, con un rapporto di circa due a uno, mentre amici e partner preferiscono l’immagine reale. È l’effetto della familiarità: ci piace ciò che vediamo più spesso.

La fotografia rompe questa abitudine. Ci mostra come ci vedono gli altri, non rovesciati, e soprattutto ci mostra di profilo e di tre quarti. Sono proprio queste le viste in cui lo scheletro del volto si legge meglio: la proiezione del mento, il rapporto fra mascella e mandibola, il contorno dell’angolo mandibolare, la linea del collo. Un commento pubblicato su Plastic and Reconstructive Surgery Global Open (Oranges e colleghi, 2016) ha descritto bene questo «effetto specchio» dei social e le sue conseguenze sulla richiesta di chirurgia.

Il selfie non è una fotografia neutra

C’è però un’avvertenza importante. Il selfie, scattato a braccio teso, deforma. Uno studio pubblicato su JAMA Facial Plastic Surgery nel 2018 (Ward e colleghi) ha calcolato che a circa trenta centimetri di distanza il naso appare più largo del trenta per cento rispetto a una foto scattata da lontano. A un metro e mezzo la differenza praticamente scompare.

Lo stesso volto fotografato da trenta centimetri e da un metro e mezzo, distorsione del selfie, chirurgia maxillo-facciale Caserta e Napoli
A sinistra un selfie da trenta centimetri, a destra una foto da un metro e mezzo. Immagine di repertorio.

Questo vale anche per la mandibola e il mento: un obiettivo grandangolare molto vicino allunga ciò che sta davanti e schiaccia ciò che sta dietro. Per questo nella mia valutazione non uso mai i selfie come documentazione. Le fotografie cliniche si scattano a distanza standard, con lo stesso obiettivo e nelle stesse posizioni, e quando serve si completano con la radiografia, la TC e la ricostruzione tridimensionale.

Dai filtri alle videochiamate

Nel 2018 tre dermatologi di Boston (Rajanala, Maymone e Vashi), sempre su JAMA Facial Plastic Surgery, hanno dato un nome al fenomeno dei pazienti che chiedono di somigliare alla propria versione filtrata: «Snapchat dysmorphia». Durante la pandemia è arrivata la «Zoom dysmorphia», descritta da Rice e colleghi sull’International Journal of Women’s Dermatology nel 2021: ore passate a guardare il proprio viso in una finestra, dal basso, con la webcam vicina.

Persona in videochiamata che osserva il proprio volto nella finestra della webcam, chirurgia maxillo-facciale Caserta e Napoli
In videochiamata ci si guarda per ore, spesso dal basso. Immagine di repertorio.

I numeri dell’American Academy of Facial Plastic and Reconstructive Surgery vanno nella stessa direzione. Nel sondaggio fra i suoi membri pubblicato nel 2020, il settantadue per cento dei chirurghi riferiva di pazienti che chiedevano un intervento per apparire meglio nei selfie, contro il cinquantacinque per cento dell’anno precedente.

La chirurgia ortognatica è diventata un argomento social

Quello che mi colpisce di più riguarda il mio campo. Su TikTok i video con gli hashtag #JawSurgery e #OrthognathicSurgery sono moltissimi. Uno studio pubblicato nel 2025 sul British Journal of Oral and Maxillofacial Surgery (Pierse e colleghi) ne ha analizzati 84: insieme superavano i 246 milioni di visualizzazioni. Più della metà erano caricati da pazienti, la qualità dell’informazione era bassa e solo quattro video parlavano di rischi oltre a gonfiore e lividi. In quasi tutti, nei commenti, c’erano persone che chiedevano consigli.

Altri due lavori, su The Angle Orthodontist (2025) e su BMC Oral Health (2026), confrontano TikTok e YouTube e arrivano alla stessa conclusione: su TikTok le testimonianze raccolgono più attenzione, su YouTube l’informazione è più completa, ma nel complesso resta da scarsa a moderata.

Il lato positivo c’è, e non va sottovalutato. Molti ragazzi scoprono così che la loro malocclusione, il morso aperto, la mandibola arretrata o l’asimmetria del volto hanno un nome e una soluzione. Ricevo pazienti che da anni convivevano con difficoltà a masticare o a respirare bene di notte e che si sono decisi dopo aver visto la storia di qualcun altro. Il lato negativo è che un video di trenta secondi mostra il prima e il dopo, quasi mai il percorso: l’ortodonzia prima e dopo l’intervento, i mesi di recupero, la dieta delle prime settimane.

Quando lo sguardo diventa un problema

Esiste anche un rischio che ogni chirurgo maxillo-facciale deve conoscere: il disturbo da dismorfismo corporeo, cioè la preoccupazione eccessiva per un difetto minimo o inesistente. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sul Journal of Oral and Maxillofacial Surgery (Sáenz-Ravello e colleghi) stima che riguardi circa il quattordici per cento di chi chiede una chirurgia ortognatica, e raccomanda di cercarlo sempre durante la valutazione.

Lo stesso volto di fronte, di tre quarti e di profilo come nella fotografia clinica, chirurgia maxillo-facciale Caserta e Napoli
Di fronte, di tre quarti e di profilo: le viste della fotografia clinica. Immagine di repertorio.

Per questo la prima visita non serve solo a misurare angoli e distanze. Serve a capire che cosa vede il paziente, che cosa lo disturba davvero e che cosa si aspetta. Un’asimmetria del volto lieve è normale in tutti noi; una deformità scheletrica vera si riconosce con l’esame clinico e con le immagini, non con un filtro.

Che cosa dico ai miei pazienti

Che hanno ragione a guardarsi di profilo: è lì che lo scheletro del volto parla. Che un selfie non è una misura e che le misure vere si prendono in ambulatorio. E che la chirurgia ortognatica non è un ritocco estetico ma un percorso che corregge insieme il morso, la respirazione e l’armonia del viso, e che va affrontato con il chirurgo maxillo-facciale, non con un video.

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